ALMA REDEMPTORIS MATER

Jan 5, 2017 by

ALMA REDEMPTORIS MATER

Fra le antifone mariane che venivano (vengono?) eseguite alla fine della Messa o durante i mesi mariani, certamente Salve Regina e Regina Coeli si aggiudicherebbero la palma della popolarità. Nondimeno, non sfigura di certo accanto a loro l’antifona tipica per il tempo di Avvento e Natale, Alma Redemptoris Mater. Per parlare di questa antifona dobbiamo riferirci al suo autore e fare un lungo viaggio nel tempo, fino alla Germania dell’XI secolo.
Qui, il 18 luglio 1013, dal Conte Wolfrat di Altshausen, nasceva un bambino che, fin dall’inizio, assaporava la “valle di lacrime” che è la vita. Infatti aveva problemi agli arti inferiori. Gli storici non ci danno una certezza sul momento esatto di questa sorta di paralisi, se dalla nascita o nella prima infanzia. Il Conte padre spedì il ragazzino, all’età di 7 anni, presso l’Abbazia di San Gallo (questo almeno quanto riferito dal biografo Bucelino). Dopo gli studi il ragazzo vestirà poi l’abito benedettino e sarà professore a Reichenau dove, dopo una vita di studio alacre segnato dalle difficoltà fisiche per la sua infermità, circondato dalla stima dei grandi del tempo, morirà il 24 settembre 1054 all’età di 41 anni. Verrà sepolto nei possedimenti paterni ma il luogo esatto della tomba oggi non è noto. Lascerà testi apologetici, poetici, storici (come la sua “Cronaca Universale”). Il suo nome era puramente tedesco, Ermanno, che significa “guerriero”. Per via della sua deformità, che faceva contrarre i suoi arti con grande sofferenza del nostro, sarà conosciuto come Hermannus Contractus, Ermanno il contratto.
Grazie alla Patrologia Latina del Migne abbiamo alcune informazioni importanti sul nostro Ermanno, come la nota biografica del suo discepolo Bertoldo. Egli ci informa che Ermanno fu ammirato da tutti per santità di vita e dottrina (e sembra indicare come data di nascita il 18 giugno, non luglio), che fu studente di San Gallo e che era uso sedere su una sedia preparata apposta per accomodarlo nella sua infermità. Egli era “catholicae veritatis assertor et defensor invictissimus”. Giovanni Egone, nella sua opera “De viris illustribus Augiae Divitis” gli attribuisce la composizione della Salve Regina e di Alma Redemptoris Mater, insieme ad altre composizioni, tra le quali la Sequenza Veni Sancte Spiritus. Queste notizie sono confermate in altre fonti medioevali, disponibili anche nel Migne. Quindi diamo come estremamente plausibile questa attribuzione.
Per la melodia conosciamo due versioni, quella solenne e quella semplice. Dom Gajard, nel suo “Les plus belles Mélodies Grégoriennes” riferisce all’Alma Redemptoris Mater come sicuramente attribuibile ad Ermanno. Dom Gajard sostiene che il tono solenne si avvicina di più alle scale moderne che all’autentica modalità gregoriana, pur se questa melodia può essere fatta risalire almeno al XII secolo, data in cui è possibile trovarla in vari manoscritti. Dom Gajard sostiene che “elle est même de beaucoup la moins intéressante des quatre antiennes”. Egli attribuisce il tono semplice, molto più diffuso, ad una elaborazione fatta a Solesmes da dom Fonteinne. Non so se riferisce a Léandre Fonteinne, monaco di Solesmes dalla vita avventurosa che lo porterà in Western Australia nel Monastero chiamato “Nuova Norcia”.
Alla critica di Dom Gajard sulla melodia del tono solenne, possiamo controbattere con quanto Cristopher Page dice nel suo “The Christian West and Its Singers”, riferendosi allo stile di Ermanno con riferimento alla sua antifona al Magnificat “Gaudeat tota”. Egli sostiene che compositori come Ermanno, o chi per lui, tentavano nuove soluzioni rispetto alla modalità gregoriana, soluzioni quasi avanguardistiche.


Il testo identifica Maria da subito come Santa Madre del Redentore, porta sempre aperta del cielo e stella del mare. I vari riferimenti all’inno Ave Maris Stella, fanno pensare che Alma possa essere stata ispirata proprio a questo inno. In effetti leggendo con attenzione l’antifona è abbastanza semplice vedere in controluce chiari riferimenti al bell’inno mariano. Molto bello il verso, in cui si chiede di soccorre il popolo che cade ma che sempre anela a risorgere. Chiediamo questo a Maria perchè è Colei che ha generato la meraviglia della natura, il Signore Gesù. Lei che fu Vergine prima e dopo il parto e che aveva ricevuto, nuova Eva, l’Ave dalla bocca dell’arcangelo Gabriele, possa intercedere la pietà per noi peccatori. Nella sua enciclica chiamata, non a caso, Redemptoris Mater (1987) San Giovanni Paolo II afferma: “Maria viene definitivamente introdotta nel mistero di Cristo mediante questo evento: l’annunciazione dell’angelo. Esso si verifica a Nazareth, in precise circostanze della storia d’Israele, il popolo primo destinatario delle promesse di Dio. Il messaggero divino dice alla Vergine: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). Maria «rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto» (Lc 1,29): che cosa significassero quelle straordinarie parole e, in particolare, l’espressione «piena di grazia» (kecharitoméne). Se vogliamo meditare insieme a Maria su queste parole e, specialmente, sull’espressione «piena di grazia», possiamo trovare un significativo riscontro proprio nel passo sopra citato della Lettera agli Efesini E se dopo l’annuncio del celeste messaggero la Vergine di Nazareth è anche chiamata «la benedetta fra le donne» (Lc 1,42), ciò si spiega a causa di quella benedizione di cui «Dio Padre» ci ha colmati «nei cieli, in Cristo». È una benedizione spirituale, che si riferisce a tutti gli uomini e porta in sé la pienezza e l’universalità («ogni benedizione»), quale scaturisce dall’amore che, nello Spirito Santo, unisce al Padre il Figlio consostanziale. Nello stesso tempo, è una benedizione riversata per opera di Gesù Cristo nella storia umana sino alla fine: su tutti gli uomini. A Maria, però, questa benedizione si riferisce in misura speciale ed eccezionale: è stata, infatti, salutata da Elisabetta come «la benedetta fra le donne». La ragione del duplice saluto, dunque, è che nell’anima di questa «figlia di Sion» si è manifestata, in un certo senso, tutta la «gloria della grazia», quella che «il Padre… ci ha dato nel suo Figlio diletto». Il messaggero saluta, infatti, Maria come «piena di grazia»: la chiama così, come se fosse questo il suo vero nome. Non chiama la sua interlocutrice col nome che le è proprio all’anagrafe terrena: Miryam (= Maria), ma con questo nome nuovo: «piena di grazia». Che cosa significa questo nome? Perché l’arcangelo chiama così la Vergine di Nazareth? Nel linguaggio della Bibbia «grazia» significa un dono speciale, che secondo il Nuovo Testamento ha la sua sorgente nella vita trinitaria di Dio stesso, di Dio che è amore (1 Gv 4,8). Frutto di questo amore è l’elezione–quella di cui parla la Lettera agli Efesini Da parte di Dio questa elezione è l’eterna volontà di salvare l’uomo mediante la partecipazione alla sua stessa vita (2 Pt 1,4) in Cristo: è la salvezza nella partecipazione alla vita soprannaturale. L’effetto di questo dono eterno, di questa grazia dell’elezione dell’uomo da parte di Dio è come un germe di santità, o come una sorgente che zampilla nell’anima come dono di Dio stesso, che mediante la grazia vivifica e santifica gli eletti. In questo modo si compie, cioè diventa realtà, quella benedizione dell’uomo «con ogni benedizione spirituale», quell’«essere suoi figli adottivi… in Cristo», ossia in colui che è eternamente il «Figlio diletto» del Padre. Quando leggiamo che il messaggero dice a Maria «piena di grazia», il contesto evangelico, in cui con fluiscono rivelazioni e promesse antiche, ci lascia capire che qui si tratta di una benedizione singolare tra tutte le «benedizioni spirituali in Cristo». Nel mistero di Cristo ella è presente già «prima della creazione del mondo», come colei che il Padre «ha scelto» come Madre del suo Figlio nell’incarnazione–ed insieme al Padre l’ha scelta il Figlio, affidandola eternamente allo Spirito di santità. Maria è in modo del tutto speciale ed eccezionale unita a Cristo, e parimenti è amata in questo Figlio diletto eternamente, in questo Figlio consostanziale al Padre, nel quale si concentra tutta «la gloria della grazia». Nello stesso tempo, ella è e rimane aperta perfettamente verso questo «dono dall’alto» (Gc 1,17). Come insegna il Concilio, Maria «primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza»”. Maria si mette quasi alla testa di questo esercito degli umili e poveri del Signore.
La melodia (ci riferiamo qui al tono solenne, derivando il semplice da questo) si apre con un neuma elaborato sulla prima sillaba tonica, Al-[ma], rafforzato da un quilisma semitonale che conduce la melodia ad uno sfogo verso l’alto. Questo “Alma” sembra non poter contenere la santità di Maria, la più grande fra i Santi. Anche il “[Porta] manes” sembra, con quella quinta giusta, consonanza pitagoricamente perfetta, voler confermare con assoluta certezza come grande sia la bontà accogliente di Maria, che mai cessa di accogliere. La nota LA ha un ruolo importante in questa antifona in Tritus autentico, divenendo una nota di fine cadenza importante. Ma questo carattere di cadenza intermedia del LA (che ha ruolo certo più importante nel Tritus plagale o sesto modo) non è comunque ignoto ad altri brani in quinto modo. Quando Maria è chiamata “Stella Maris….Tu quae genuisti natura mirante…Virgo prius ac posterius”, la melodia si espande naturalmente all’acuto, quasi a voler tendere una mano metaforica per la stretta della Beata Vergine. La melodia rimane contratta al grave alle parole “succurre cadenti….peccatorum miserere”, quasi a voler rimarcare la differenza fra l’altezza della Beata Vergine e la bassezza di noi, poveri peccatori.