IN NATALI DOMINI

Jan 2, 2017 by

IN NATALI DOMINI

Tra i tanti canti natalizi che sono a nostra disposizione, ce n’è uno che non è molto popolare ma che pure andrebbe considerato con più attenzione in quanto esso, un poco come Puer Natus in Betlehem, riassume il senso del tempo natalizio usando un testo ed una melodia di immediato impatto. Si tratta di In Natali Domini, un inno con ritornello probabilmente composto nel XIV secolo, tempo in cui le fioriture di inni, sequenze e tropi era abbondante. In effetti ci sono molte similitudini fra questo canto e Puer Natus in Betlehem, non solo nel carattere modale e sillabico della composizione, ma anche nel taglio del testo. È un testo in cui il Figlio è inestricabilmente legato con la Madre, specie nel ritornello che contrappunta tutte le strofe: Virgo Deum Genuit, Virgo Christum Peperit, Virgo Semper Intacta.

Vittorio Messori, nel suo “Ipotesi su Maria”, osserva: “La Madre, come è stato osservato, e come io stesso sperimentai, la si scopre dopo, quando si è entrati in intimità col Figlio e questi fa accedere «dentro alla casa»”. Ecco, quando si approfondisce il mistero del Figlio, si accede anche all’abbraccio della Madre, alla Virgo Semper Intacta.

Nel primo verso ci viene significato di come il Natale del Signore è anche ragione di espressione canora: ci viene detto che gli angeli gioiscono e con giubilo cantano Gloria all’unico Dio. San Giovanni Paolo II, nella sua prima omelia natalizia da Papa (24 Dicembre 1978) osservava: “Ci troviamo nella Basilica di San Pietro a quest’ora insolita. Ci fa da sfondo l’architettura nella quale intere generazioni attraverso i secoli hanno espresso la loro fede nel Dio Incarnato, seguendo il messaggio portato qui a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. Tutto ciò che ci circonda parla con la voce dei due millenni che ci separano dalla nascita di Cristo. Il secondo millennio si sta avvicinando celermente alla fine. Permettete che, così come siamo, in questo contesto di tempo e di luogo, io vada con voi a quella grotta nei pressi della cittadina di Betlemme, situata a sud di Gerusalemme. Facciamo in modo di essere tutti insieme più là che qua: là, dove “nel silenzio della notte” si è fatto sentire il vagito del Neonato, espressione perenne dei figli della terra. In quello stesso tempo si è fatto sentire il cielo, “mondo” di Dio che abita nel tabernacolo inaccessibile della Gloria. Tra la maestà di Dio eterno e la terra-madre, che si annunzia col vagito del Bimbo neonato, s’intravede la prospettiva di una nuova pace, della riconciliazione, dell’alleanza: È nato per noi il Salvatore del mondo “tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio””. Ecco, sentiamo il cielo in quel gaudio angelico, lo avvertiamo e vogliamo parteciparvi, ma stando bene attenti a non costruire falsi “paradisi” in terra, che si rivelano poi sempre inferni.

Nel secondo verso, questa tensione fra cielo e terra risolta in una nuova armonia dall’Incarnazione, viene attestata nella memoria con il richiamo all’annuncio dell’Angelo e alla prefigurazione dei Profeti, Ezechiele in questo caso, di questo Figlio che il Padre ci invia per ristabilire l’armonia ferita dal peccato. Questo non ci fa smettere di essere peccatori, siamo sempre sul punto di cadere e cadiamo spesso, ma sempre abbiamo nel cuore questa armonia, questo orientamento fondamentale a cui dirigerci e a cui poter tornare. Don Paolo Scquizzato, nel suo “Elogio della vita imperfetta” dice:  “Il Dio della Rivelazione entra dentro alle storie ferite e fallite per condurre avanti la «sua» storia di salvezza. Una storia di salvezza che utilizza materiale che per gli uomini sarà sempre di scarto, mentre ai suoi occhi è prezioso e indispensabile, per quanto possa essere malato (cfr. 1Cor 1,28)”. Certo, Dio entra nelle nostre storie ferite per riportare armonia, la Sua è una misericordia “armonica”, che richiama anche ciò che è giusto.

Nel nostro canto viene reiterato anche il gaudio che l’evento del Natale porta agli uomini, rappresentati dai pastori, questa sinergia tra cielo e terra che può essere solo dono gratuito che viene dall’alto. In una delle ultime strofe ci si collega all’Epifania, i magi che rendono omaggio alla regalità del Signore: oro, incenso e mirra. Pensiamo a tanto “pauperismo liturgico”, pensiamo che invece a Dio si dovrebbero gli onori più alti e l’arte più elevata. I magi adorano Dio, portando oro, incenso e mirra. Ecco quello che dice questo verso. Attraverso i nostri sforzi, anche estetici (ma non “estetizzanti”), ci avviciniamo sempre più, con la mediazione della Beata Vergine Maria, a Colui che ha riconciliato Cielo e terra.