SULL’ARTICOLO DEL VENERDÌ DI REPUBBLICA

Dec 14, 2016 by

SULL’ARTICOLO DEL VENERDÌ DI REPUBBLICA

Un recente articolo del Venerdì di Repubblica a firma di don Filippo di Giacomo critica duramente la Cappella Musicale Pontificia, Cappella Sistina, e il suo attuale direttore, riportando recensioni molto dure apparse su giornali stranieri sul livello artistico della medesima compagine corale. Ora, quali che siano le mie opinioni sul contenuto specifico dell’articolo e sull’attuale gestione del coro non è oggetto di questo scritto. Cerco di evitare lo sport nazionale del Vaticano, che è quello di dare calci a coloro che sono già a terra. Certo una riflessione generale va fatta. Io ho vissuto la Cappella Sistina dei tempi del Maestro Bartolucci, con cui ebbi l’onore di studiare, c’erano allora molti cantori della vecchia guardia come Mario Alessandrini, Oberdan Traica, Otello Felici ed altri. Poi ho vissuto la Cappella Sistina al tempo del Maestro Liberto, che tentò tra molte difficoltà un rinnovamento in linea con la riforma liturgica. Non ho vissuto mai l’attuale gestione, visto che ho vissuto per molti anni all’estero. Non posso nascondere che mi arrivano all’orecchio molte cose, da persone sicuramente bene informate. Ma come detto, non voglio parlarne ora e qui.

Papa Francesco in un recente discorso ha affermato che il clericalismo tiene lontano le persone dalla Chiesa. Questa è una verità inoppugnabile, a nessuno piace stare laddove ci sono persone che abusano del loro potere o che hanno privilegi non congruenti con la loro posizione. Credo che il Santo Padre, che purtroppo poco si occupa di cose liturgiche, dovrebbe guardarsi intorno e scoprirebbe che ormai, strano a dirsi, ci sono molti laici che hanno più senso cattolico e del sacro di tanti che sono nel clero. Questo perché un laico non dove dimostrare di vivere al passo con i tempi, li vive già. Spesso i membri del clero si affannano per dimostrare che sono come noi, quando dovrebbero aiutarci ad essere come Lui. Io penso che se il Papa fosse un poco più attento alle cose liturgiche e musicali, comincerebbe a piazzare laici preparati in posizioni in cui possano avere un’influenza, non disdegnando le buone professionalità nel campo dei consacrati, quando ci sono, ma non mettendole in una posizione di privilegio. Ripeto, non mi piace sparare sulla croce rossa e nell’articolo citato in precedenza ci sono elementi che mi fanno pensare ad un messaggio cifrato che prescinde dal coro, ma credo che una riflessione seria sullo stato attuale di (un tempo) gloriose istituzioni culturali che fanno capo alla Chiesa Cattolica andrebbe veramente fatta. Ma so anche che, putroppo, non si farà e forse, di questi tempi, non è un male. Dovrebbe essere fatta, infatti, da una leadership che apprezzi l’importanza di queste istituzioni e che sia disposta a ridare a le stesse nuovi impulsi e nuova vita, nel rispetto della loro gloriosa tradizione.
Aurelio Porfiri