TU SCENDI DALLE STELLE

Dec 23, 2016 by

TU SCENDI DALLE STELLE

Non so se esiste un canto che più richiama alla memoria il Natale che Tu scendi dalle stelle. Questo canto è quasi un marchio di fabbrica del tempo natalizio, per grandi e piccini. Ma qual’è la sua origine? Questa “Canzoncina a Gesù Bambino” è stata composta da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, grande esperto di morale ma anche vicino al modo di sentire del popolo più semplice. Troviamo la canzoncina nella raccolta “Opere spirituali del R.P.D. Alfonso de Liguori, Rettor maggiore della Congregazione del SS.mo Redentore” (Venezia 1758). Nella prefazione a questa opera Sant’Alfonso si rivolge con grande semplicità al potenziale lettore, in questo modo: “Caro mio Lettore, ti prego a non isdegnare questo mio libretto da me composto tutto alla semplice, mentre ho stimato, che così possa più giovare alla Divozione d’ogni sorta di persone”. Leggiamo questo profilo di Sant’Alfonso contenuto nel sito “Santi e Beati”: “Nasce a Napoli il 27 settembre 1696 da genitori appartenenti alla nobiltà cittadina. Studia filosofia e diritto. Dopo alcuni anni di avvocatura, decide di dedicarsi interamente al Signore. Ordinato prete nel 1726, Alfonso Maria dedica quasi tutto il suo tempo e e il suo ministero agli abitanti dei quartieri più poveri della Napoli settecentesca. Mentre si prepara per un futuro impegno missionario in Oriente, prosegue l’attività di predicatore e confessore e, due o tre volte all’anno, prende parte alle missioni nei paesi all’interno del regno. Nel maggio del 1730, in un momento di forzato riposo, incontra i pastori delle montagne di Amalfi e, constatando il loro profondo abbandono umano e religioso, sente la necessità di rimediare ad una situazione che lo scandalizza sia come pastore che come uomo colto del secolo dei lumi. Lascia Napoli e con alcuni compagni, sotto la guida del vescovo di Castellammare di Stabia, fonda la Congregazione del SS. Salvatore. Intorno al 1760 viene nominato vescovo di Sant’Agata, e governa la sua diocesi con dedizione, fino alla morte, avvenuta il 1 agosto del 1787”. Come vediamo da questo breve profilo, il Santo visse in contatto costante con le persone piû semplici, eppure viene da noi ricordato come patrono dei moralisti, cioè di quella parte della teologia che discerne il giusto e lo sbagliato negli atti umani in ordine al loro fine soprannaturale. Secondo Mario Benatti, pur essendo il nostro Santo in prima fila nel contrastare il relativismo morale, seppe conciliare le esigenze della giustizia con la misericordia, così come è sempre stato nella sana tradizione cattolica. Fu autore di molte opere, tra cui “Aspirazioni d’amore a Gesù Cristo” in cui leggiamo: “Gesù mio, tu solo mi basti. Amor mio, non permettete ch’io da voi mi separi. Quando sarà che potrò dirvi: Mio Dio, non vi posso perdere più? Signore, e chi sono io che tanto cercate d’essere amato da me? E chi voglio amare, se non amo voi, Gesù mio? Eccomi, Signore, disponete di me come vi piace”. In questo testo sentiamo riecheggiare temi che ritroviamo anche nella Canzoncina a Gesù Bambino, che noi conosciamo come Tu scendi dalle stelle: la nostra piccolezza, la gratuità del dono di Dio e la nostra indegnità nel riceverlo.
Giorgio Mancinelli, nel suo libro chiamato proprio “Tu scendi dalle stelle” (Lato Side Editori, 1982) ci dice che la canzoncina fu composta dal Santo a Nola, nel 1754, durante la predicazione per il periodo natalizio. Il Mancinelli cita influenze per il testo ascrivibili al testo del fiorentino Giuseppe Patrignani “Delizie della quotidiana conversazione con il Divino Infante” (1732). Il padre Patrignani (1659-1733), gesuita, fu colto poeta che sapeva esprimersi bene sia in latino che in italiano. Scrisse numerose opere poetiche e di spiritualità.
Parlando proprio dell’opera e predicazione di Sant’Alfonso Maria de Liguori a Nola possiamo riprendere un lungo passaggio tratto dalla “Della Vita ed istituto del Servo di Dio Alfonso M. Liguori” del Servo di Dio Antonio Maria Tannoia che ebbe l’occasione di conoscere intimamente il grande Santo: “Non una ma più volte Alfonso era stato nella Città di Nola. Monsig. Caracciolo, che tanto lo stimava, non mancava approfittarsi delle sue fatiche. “Troppo è tenuta questa Città, così il Canonico Crisci, ai sudori del P. D. Alfonso. Posso dire, che la grazia di Dio ha operato sempre per suo mezzo de’ prodigi, ed in quantità. Restava il Popolo compunto, specialmente i Gentiluomini, sì per quello che si udiva, che per quello si vedeva. La sua vita povera, e trapazzata era per ognuno, massime per il Clero, e per la Nobiltà una censura troppo efficace. La sua voce, la sua dottrina Apostolica, schietta, e senza stato penetrava i cuori di tutti, nè vi era persona, che approfittar non si potesse del suo esempio, e della sua parola. Godette Nola per l’ultima volta delle fatiche di Alfonso nel Novembre del 1759.  Vivendo in Città, da molto tempo, con scandalo comune in pubblico concubinato uno de’ primi Officiali Militari, e non potendo darci del riparo il Parroco D. Felice Zambarelli, nè Monsig. Vescovo, si pensò, per ultimo espediente, chiamarvi Alfonso colla S. Missione. Credeva Mons. Caracciolo, tale era l’idea che avea di sua santità, che col solo vedersi in Città, ognuno si sarebbe rimesso. Essendosi Alfonso portato unito coi suoi per chiedere la benedizione, gara di umiltà ci fu tra Lui, e Monsignore. Cercandogli Alfonso la benedizione, e volendogli baciare la mano, Monsignore si slanciò egli il primo per baciarla a Lui. Il conflitto fu grazioso. La vinse Monsignore con confusione di Alfonso, afferrandogli la mano, e baciandocela per forza. “Voi, disse, dovete benedire a me, non io a Voi. Mi attesta il medesimo Zambarelli, di presente Canonico Cantore di quella Cattedrale, che troppo strutto vedevasi Alfonso, e defatigato. Non corrispondendo la voce alla grandezza del Duomo, costretto si vide surrogare per pochi giorni il P. Amarante, ed egli, benchè così sfinito, diede in un luogo ristretto gli Esercizj ai Nobili, e Militari. Troppo grande, mi dice, che fu il frutto, che questi ne ricavarono.   Essendoci intervenuto, mosso da umano rispetto, il consaputo Officiale si compunse anch’egli, nè ad altri volle confessarsi, che ad Alfonso. Fu tale il di Lui ravvedimento, che addivenne in poi l’edificazione di tutta Nola: così ognuno de’ Gentil’uomini si vide rimesso ne’ suoi doveri, come Cristiano, e come Cittadino. E’ anche viva in Nola la memoria di questa Missione. Generale in tutto il Popolo si vide la frequenza de’ Sacramenti; affollate le Chiese, e depopolate le taverne; nè ci era ora del giorno, che non vedevasi folla di ogni ceto a venerare Gesù Sacramentato. Dura per anche in Città la divozione del suono di tutte le Campane il giovedì la sera ad un’ora di notte, cacciandosi i lumi alle finestre, e ringraziandosi Gesù Cristo di questo gran dono a noi fatto della Santa Eucarestia. Maggior piede prese la divozione verso Maria Santissima. Trionfò dappertutto la Castità. Tante prostitute, o furono abbandonate da drudi, o questi, essendosi tante di quelle ravvedute, furono abborriti, e discacciati. Certe visite scandalose, che col pretesto di urbanità, erano frequentate con scandalo del pubblico, si videro dimesse; un numero esorbitante di donzelle si dichiarò, e furono costanti, anche per la vita celibe, detestando lo stato opposto. Tutto fu riforma in Città; e Monsig. Vescovo non finiva di piangere, ringraziando Iddio di tante grazie, e così abbondanti sopra del suo Popolo”. Insomma, la città conobbe più volte l’efficacia della predicazione del Santo che alla stessa si diede senza riposo.
Ci racconta la storia della nostra canzoncina Padre Celestino Berruti (1804-1872) ne “Lo Spirito di S. A. M. De Liguori”: “Però curioso deve dirsi il conoscimento soprannaturale, che ebbe in missione rapporto ad un sotterfugio di D. Michele Zambadelli, presso cui abitava coi suoi compagni. Il santo compose colà la sua canzone sul bambin Gesù, che incomincia: Tu scendi dalle stelle. D. Michele lo pregò, appena l’ebbe terminata, che gliela facesse copiare. Ma egli si negò dicendo, che non poteva permettergli ciò, finché non si fossa stampata. Giunta l’ora della predica, Alfonso andò alla chiesa, e lasciando il suo scritto nella stanza, D. Michele confidentemente sel prese per copiare la canzoncina, e veramente fattane una copia se la pose in saccoccia. Or Alfonso in quella sera appunto cantò la detta canzoncina al popolo, perché correva il tempo del Natale di Gesù Cristo. Il sacerdote frattanto stava nel coro ad ascoltare. Quando all’improvviso il santo dimenticandosi alcuni versetti di detta sua canzoncina disse al chierico, che l’assisteva: Chiamate subito D. Michele Zambadelli, il quale sta nel coro, e tiene in saccoccia lo scritto della mia canzoncina; ditegli, che me la porti, per poterla proseguire. Arrossì D. Michele a questa intimazione; ma poiché osservò che il santo essendosi sovvenuto proseguiva la canzoncina, non vi andò; e neppure ardiva di presentarsi a lui la sera in casa. Ma il santo lo mandò a chiamare, e gli disse per ischerzo di voler fare seco lui un contraddittorio pel furto fattogli della canzoncina”. Non mancano altre teorie, come quella che la canzoncina non fu composta a Nola ma in un’altra cittadina e che la canzoncina sarebbe la traduzione in italiano di una analoga canzoncina in dialetto napoletano, “Quanno nascette Ninno”.
Il testo della canzoncina, nelle sue 7 strofe, mette in risalto con semplicità quei concetti cari al Santo di cui abbiamo parlato: l’abbassamento di un Dio che “scende dalle stelle” per amor nostro, malgrado la nostra indegnità e la sorpresa di essere fatti oggetto di questo amore, che si esprime nelle frequenti domande come”perché tanto patir per amor mio?” e simili. Nel testo il Santo tiene sapientemente insieme il Natale e la Pasqua, come quando dice: “Deh mio bello, e puro Agnello, a che pensi dimmi tu? O amore immenso! A morire per te, rispondi, io penso”. Interessante come il Santo usi questa tecnica dialogata, quasi a farne un pezzo teatrale per il popolo devoto. Il concetto dell’amore gratuito di Dio viene espresso in più modi: “Tu piangi non per duol, ma per amore”; ecco la sofferenza del pianto che si fa dono di se.
La musica segue il testo con il suo andamento per gradi congiunti tranne un salto più ampio nella conclusione della prima e della seconda parte della melodia, che alcuni vogliono ispirata al suono delle zampogne. Nella melodia ci rendiamo conto di come ci siano certi passaggi semitonali messi in risalto, essendo il semitono tradizionalmente legato all’espressione del lamento e della sofferenza. Anche qui, Natale e Pasqua accomunate. La melodia, specie nella seconda parte, sfrutta alcuni meccanismi di ripetizione (come dei botta e risposta) che ne facilitano la memorizzazione. La canzoncina è difficile da cantare in modo “colto”, in quanto si rischia il tradimento della sua natura, che è prettamente popolare e che segue le inflessioni linguistiche, per me anche dialettali del popolo, anche in certi meccanismi, come l’elisione degli accenti in certe conclusioni di frase. Il testo, pur nella permanenza dell’ordito melodico, si riplasma espressivamente e soprattutto ritmicamente nell’esecuzione viva e palpitante di specifiche congregazioni. Sono state tentate armonizzazioni colte di questo canto, alcune molto ben fatte. Ma sempre si tenga in mente che esse sono un tentativo di manipolare un materiale che deve rimanere, in definitiva, popolare.
Per quanto riguarda l’uso liturgico, oggi lo si usa senza farsi problemi non pensando che è un canto popolare, non strettamente liturgico, un canto che va usato a fine Messa prevedendo che durante la stessa vengano cantate le antifone proprie del Messale.